l'addio nel “cuore” dell’Aspromonte

Le esequie di Domenico “Micu” Papalia celebrate all’alba nel cimitero blindato di Platì: lo storico boss della ‘ndrangheta al Nord è morto a 81 anni

La morte del boss nella notte del 25 agosto all’ospedale San Paolo di Milano dopo quasi mezzo secolo trascorso in carcere ha riacceso anche le polemiche sui social, tra condoglianze, elogi e messaggi di difesa

Le esequie di Domenico “Micu” Papalia celebrate all’alba nel cimitero blindato di Platì: lo storico boss della ‘ndrangheta al Nord è morto a 81 anni

Funerali all’alba, lontano da occhi indiscreti e con accesso rigorosamente riservato. Si sono svolte così, ieri mattina poco prima dell’alba, le esequie di Domenico “Micu” Papalia, morto a 81 anni all’ospedale San Paolo di Milano nella notte tra il 25 e il 26 agosto scorso.

Funerali all’alba e in forma privata nel cimitero blindato di Platì per Domenico “Micu” Papalia

MILANO – Le celebrazioni si sono tenute direttamente nel cimitero di Platì, nel Reggino, paese d’origine della famiglia, e si sono svolte in condizioni di massima riservatezza. Lo riporta la Gazzetta del Sud.

Papalia, considerato dagli investigatori uno dei vertici storici della ’ndrangheta in Lombardia e figura di riferimento del clan Barbaro-Papalia, era tornato in libertà soltanto poche settimane prima della morte. Dopo 49 anni trascorsi ininterrottamente in carcere, a metà luglio aveva ottenuto gli arresti domiciliari per gravi motivi di salute, legati a una malattia oncologica. Era stato trasferito a casa di un parente in un’abitazione di Corsico, dove avrebbe dovuto scontare la misura.

La sua permanenza ai domiciliari è però durata poco più di un mese. Le sue condizioni si sono progressivamente aggravate fino al ricovero al San Paolo, dove è morto a 81 anni.

Quasi mezzo secolo in carcere

Papalia era detenuto dal 1977. Originario di Platì, era stato inizialmente arrestato nell’ambito delle indagini sull’omicidio di Antonino D’Agostino, per il quale era stato successivamente assolto. La condanna all’ergastolo è invece arrivata per un altro delitto: gli è stato attribuito il ruolo di mandante nell’omicidio di Umberto Mormile, educatore penitenziario del carcere di Opera.

Nel corso degli anni il suo nome è comparso in numerose inchieste sulla presenza e sull’espansione della ’ndrangheta in Lombardia. Gli investigatori lo hanno indicato come uno dei principali esponenti della criminalità organizzata calabrese radicata nell’area milanese.

Insieme ai fratelli Antonio, anch’egli condannato all’ergastolo, e Rocco, residente a Buccinasco, Domenico Papalia era considerato parte del nucleo di comando della potente famiglia originaria di Platì.

L’alleanza con i Barbaro e la ’ndrangheta nel Milanese

La storia dei Papalia in Lombardia si è intrecciata strettamente con quella della famiglia Barbaro, anche attraverso legami di sangue e matrimoni. Dalla saldatura tra i due gruppi sarebbe nata una delle più importanti articolazioni della ’ndrangheta nell’area milanese.

Le inchieste giudiziarie hanno ricostruito negli anni gli interessi del clan in diversi settori della criminalità organizzata, dagli omicidi ai sequestri di persona, fino al traffico di droga e alle estorsioni.

La morte di Papalia chiude così la vicenda personale di uno dei nomi storici della ’ndrangheta trapiantata al Nord, dopo quasi mezzo secolo trascorso dietro le sbarre e appena 40 giorni circa di detenzione domiciliare prima della morte.

Le polemiche sui social: i commenti celebrativi dei mafiosi devono  essere cancellati?

La morte di Papalia ha suscitato numerose reazioni anche sui social, dove accanto alle condoglianze rivolte alla famiglia sono comparsi messaggi di difesa e persino di celebrazione del boss, insieme ad attacchi contro chi ha invece sottolineato la gravità della sua storia criminale.

Al netto del dolore dei familiari, comprensibile e insindacabile, e di chi ha espresso un semplice pensiero di cordoglio senza conoscere la vicenda, restano quei commenti che rivalutano apertamente la figura del boss e arrivano persino a rimpiangere un passato in cui, secondo qualcuno, «si stava meglio». Parole che riportano alla luce una cultura mafiosa che non può essere ignorata.

Da qui anche il dibattito sull’opportunità di cancellare o meno quei messaggi. Come ha scritto la nostra giornalista Francesca Grillo, richiamando l’insegnamento di Giancarlo Siani, se per combattere la mafia bisogna prima conoscerla e riconoscerla, allora anche quei commenti possono diventare uno strumento per individuare e comprendere ciò che ancora sopravvive nella società.

Lasciarli visibili significa infatti mostrare che dietro quelle parole ci sono persone reali, nomi e volti che vivono accanto a noi. Non per esporli al pubblico ludibrio, ma per riconoscere e comprendere quella mentalità, individuarla e, quando necessario, isolarla.