L'INTERVISTA

La rassegna “Teatro City Milano” raccontata dalla “sponda” del Naviglio del Teatro San Cristoforo

Dalla memoria del Naviglio all’eredità di Alda Merini, Marco Oliva racconta una stagione che intreccia teatro, giovani e territorio, puntando su un’arte capace di dialogare con la comunità e le sfide del digitale

La rassegna “Teatro City Milano” raccontata dalla “sponda” del Naviglio del Teatro San Cristoforo
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In occasione della prima edizione di Teatro City Milano, festa diffusa tra i quartieri meneghini, Marco Oliva ci accompagna nel cuore della stagione del Teatro San Cristoforo – Alfredo Chiesa.

Il cartellone, “A fior d’acqua – tra ciò che affiora e ciò che rimane sommerso”, pone al centro la memoria, il Naviglio e l’eredità di Alda Merini, mettendola in dialogo con i giovani.

Dai laboratori agli spettacoli itineranti, fino al ruolo dell’attore di fronte al digitale, l’intervista traccia il percorso di
un teatro artigianale e aperto alla comunità.

La prima edizione di Teatro City Milano raccontata dalla “sponda” del Teatro San Cristoforo: l’intervista

Milano ospita la prima edizione di Teatro City. Qual è il vostro sguardo su questa iniziativa e come pensate possa impattare sul tessuto culturale?

Guardiamo con favore a questa prima edizione: una festa diffusa con spettacoli che invitano a incontrare i diversi spazi della città. La mappa dei teatri rende visibile una presenza artistica che attraversa Milano e ne abita i quartieri. Pensiamo possa favorire il dialogo tra realtà grandi, medie e piccole, offrendo un’occasione di confronto sulle proposte e su come il teatro possa accompagnare le trasformazioni cittadine.

Come avete strutturato la giornata del 17 ottobre e in che modo gli spazi circostanti parteciperanno a questa esperienza?

Partecipiamo come vincitori del bando e, per il 17 ottobre, proponiamo due laboratori gratuiti aperti a tutti, anche a chi non ha esperienze teatrali o poetiche. Saranno momenti per esplorare la parola attraverso il proprio sentire. Il Teatro San Cristoforo, la chiesa vicina e il Naviglio entreranno nel percorso suggerendo immagini e pensieri: il nostro teatro vive in relazione costante con il contesto che lo circonda.

Come si collegheranno i laboratori allo spettacolo serale “Un’anima, due voci” e come favorirete la partecipazione?

Le testimonianze dei laboratori e le frasi lasciate dai visitatori saranno raccolte su una parete. Un “muro delle parole” che richiama quello di Alda Merini, su cui la poetessa annotava frammenti di vita. La parete diventerà parte integrante dello spettacolo serale “Un’anima, due voci”: ciò che accade di giorno entrerà nella rappresentazione. I laboratori saranno gratuiti e lo spettacolo avrà un biglietto accessibile di cinque euro.

Questa iniziativa si inserisce nella nuova stagione, “A fior d’acqua”. Qual è la continuità rispetto al percorso avviato dal vostro debutto?

Il progetto si inserisce nella stagione “A fior d’acqua – tra ciò che affiora e ciò che rimane sommerso”, che raccoglie il testimone della rassegna precedente, debutto della nostra gestione. Da allora abbiamo posto al centro la cura della memoria delle persone e dei luoghi: un filo rosso che intenderemo sviluppare anche in futuro.

Come si traduce sul piano artistico l’esplorazione tra ciò che affiora e ciò che rimane sommerso?

Gli spettacoli esplorano il rapporto tra superficie e profondità. Ci sono storie davanti ai nostri occhi che chiedono attenzione e dignità; altre restano sommerse perché faticano a trovare forma. Il teatro è un microscopio capace di rendere percepibili mondi che, nella vita quotidiana, restano invisibili.

Nello spettacolo “Un’anima, due voci” mettete in relazione la poesia di Alda Merini con quella contemporanea. Com’ è nato questo confronto?

Abbiamo immaginato un dialogo generazionale accostando Alda Merini a una giovane poetessa contemporanea. Il punto d’incontro sono i temi universali che ogni generazione torna a interrogare con la propria sensibilità. Ritmi e linguaggi differenti si intrecciano: le due voci si ascoltano e offrono prospettive diverse sugli stessi temi, riconoscendo una vicinanza tra modi differenti di sentire.

Alda Merini ha un valore speciale per il vostro teatro. Come ne custodite l’eredità?

Ci sta molto a cuore per la sua poetica e per il legame con il quartiere, dove ha vissuto a poca distanza da qui. Il suo immaginario legato al Naviglio è un patrimonio che cerchiamo di preservare, dando voce alle sue parole e mantenendo vivi gli elementi della sua opera che orientano il nostro lavoro.

In un’epoca complessa, quale funzione attribuisce al teatro per artisti e spettatori?

Il teatro è un luogo necessario: uno spazio dove entrare in relazione con sé stessi, coltivare rapporti autentici e praticare relazioni sane e rispettose. Vale per chi lo fa e per chi assiste. È un modo per mantenere un legame con il mondo, con l’umanità e con il tempo.

L’avvento dell’IA interpella ogni settore. Che impatto pensa possa avere sul lavoro dell’attore?

Il lavoro dell’attore richiede corpo, presenza, ascolto e intelligenza naturale. L’IA è una sfida, ma le arti sono sempre state messe in discussione. Può servire per fare ricerche, confrontare temi, cercare musiche o semplificare passaggi organizzativi, accorciando i tempi di lavoro. Non credo però che aumenterà la qualità artistica delle produzioni.

Affiderebbe la drammaturgia a un’IA o la componente umana rimane insostituibile?

Non le affiderei la drammaturgia: la mano dell’artigiano è indispensabile. Scrittura, allestimento e lavoro con gli attori fanno parte di un’unica filiera creativa. Un testo nasce dall’esperienza di chi lo scrive, dalle vite incontrate e dal tempo attraversato. È questa origine umana che sento necessario custodire.

Come si concretizza il dialogo con i giovani, sia sul palco che nella comunicazione?

Il teatro dialoga con il passato, il presente e il futuro. Il confronto con i giovani passa attraverso nuovi linguaggi. In “Un’anima, due voci”, la scrittura di una poetessa ventenne porta uno sguardo contemporaneo dentro la rappresentazione. Nella comunicazione usiamo i canali frequentati dai ragazzi con modalità vicine a loro, capaci di aprire un dialogo basato sull’ascolto.

La stagione si è aperta a settembre con diverse iniziative all’aperto: quali sono stati i momenti principali?

Abbiamo ripreso “La Maria Brasca” lungo i Navigli durante la navigazione e inaugurato la nuova denominazione Teatro San Cristoforo – Alfredo Chiesa con un’insegna d’arte firmata da Marco Lodola. Il rapporto con il luogo si è espresso anche con “La valigia delle parole” di Luca Chieregato nella piazzetta antistante. Per noi è fondamentale portare il teatro fuori, incontrando le persone negli spazi pubblici. Abbiamo poi ospitato “Nena” per bambini e il Milano Fringe Off Festival.

 

Di recente ha debuttato “Rumors”, con professionisti, docenti e allievi. Che valore ha sul piano formativo?

“Rumors” mette insieme attori della compagnia, insegnanti e allievi del laboratorio Attore di Voghera. È un’esperienza formativa importante: il confronto prosegue sul campo, creando opportunità per nuovi talenti in una didattica aperta dove studio e scena si alimentano a vicenda.

Quali saranno i prossimi spettacoli in cartellone e la visione d’insieme della programmazione?

Dopo Teatro City proseguiremo con “Cortissima”, “Milano, finché scorre”, “Prima di chiamarlo amore” e “Gianneci”, oltre ai titoli per famiglie come “La gabbianella e il gatto”. Nel nuovo anno arriveranno il “Gran cabaret di solidarietà”, “Mia mamma fa il notaio, ma anche il risotto”, “Lettere dall’aldilà” e “Il re non muore”. Proposte diverse unite dal filo di “A fior d’acqua”: l’attenzione alle persone, alle loro storie e alla memoria dei luoghi.

Fabio Fagnani